I docenti più anziani al mondo alle prese con la didattica a distanza

L’Italia è il Paese con i docenti più anziani al mondo. Il 57% di loro ha almeno 50 anni e solo l’1% ha età inferiore ai 30 anni.

Tristemente note sono le condizioni in cui versa, ormai da anni, il sistema scolastico italiano. Tra i vari aspetti, discutibile è il fatto che gli alunni debbano ogni giorno fare i conti con figure stanche, ormai del tutto prive di quella preziosa vitalità che un tempo aveva concesso loro d’intraprendere la delicata professione dell’insegnante. L’Italia è infatti il Paese con i docenti più anziani al mondo. Il 57% di loro ha almeno 50 anni e solo l’1% ha età inferiore ai 30 anni. Una percentuale piuttosto bassa se si considera che a 24 anni è già possibile concludere gli studi necessari all’ottenimento della tanto ambita cattedra.

Docenti con età uguale o superiore ai 50 anni in scuole primarie, secondarie e università italiane nell'anno 2017.
Dati OCSE

Analizzando i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) relativi all’anno 2017, è difficile restare indifferenti. Se nell’ambiente universitario e nelle scuole primarie i docenti over 50 rappresentano rispettivamente il 54.9% e il 56.3%, nelle scuole secondarie arrivano addirittura a sfiorare il 60%. Pertanto, si evince che il numero di docenti con almeno 50 anni di età rappresenta più della metà dei docenti totali in servizio.

Radici inestirpabili

Dopo aver trascorso un’intera vita tra i banchi di scuola, molti insegnanti passerebbero forse volentieri il testimone a qualcuno di più energico. Un sogno che non sembrerebbe così difficile da realizzare… Se solo i neolaureati avessero la possibilità di concorrere per questo tanto ambito ruolo. Eppure la grave carenza di docenti non sembra rappresentare un motivo sufficientemente valido per riaprire le graduatorie… Figuriamoci per bandire nuovi concorsi. In alcune regioni la situazione è allo stremo. In Piemonte – regione con l’80% di docenti precari -alcune scuole si affidano a disperate pubblicazioni sui Social Network per coprire i posti vacanti.

Docenti di scuole secondarie italiane nell'anno 2017 suddivisi per fasce d'età.
Dati OCSE

Dalla cattedra… A Skype

A questo punto, la domanda sorge spontanea. Cosa aspettarsi da un sistema datato e precario, in un momento così delicato in cui l’unico canale di apprendimento è rappresentato dalla didattica a distanza? Sicuramente il dover modificare il proprio modo d’insegnare – senza preavviso, né regole – ha spiazzato tutti. In men che non si dica, i docenti sono entrati nei panni dei discenti. Pensiamo, però, a quella grande fetta (il 60% della torta, più precisamente) di personale docente che, con oltre cinquanta primavere alle spalle, ha dovuto creare un account Skype e organizzare il primo appello virtuale in videochiamata con 30 studenti. Il nostro sistema scolastico era davvero pronto a un simile trauma?

Il ruolo del docente precario

L’appello virtuale è stato, forse, il problema minore. Come fare con la condivisione online dei materiali, la creazione delle classi virtuali e la registrazione delle videolezioni? Da questo punto di vista pare che i più avvantaggiati siano state quelle gentili figure fino ad allora del tutto snobbate tanto dal sistema, quanto dai colleghi più esperti: i docenti precari. Essi non solo sono risultati capaci di rendere testi immutabili grazie all’esportazione in formato PDF, ma hanno addirittura dimostrato di poter insegnare a distanza senza alcun tipo di problema. Purtroppo, però, questi docenti a giugno saranno probabilmente disoccupati e a settembre non potranno rientrare a scuola con i ragazzi. L’esperienza dei più saggi, certo, rappresenta un sapere impagabile. Ma, a questo punto, siamo sicuri che una ventata di aria fresca non farebbe bene alle nostre classi?

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